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Catia Mencacci
Visual Storyteller
IT
Un anno, dodici bambini, infinite notti insonni (e vaschette di gelato alla crema).

Quando ho trovato quella scatola di vetrini del 1933, non avevo idea di cosa stessi per combinare. Pensavo: 'Li scannerizzo, li guardo, e poi?'.

Poi è arrivata quella storia, spuntata da una semplice ricerca online: la Strage di Gruaro, e un anno, il 1933, che li collegava. E allora tutto ha preso forma.

Ho messo in pausa la fotografia, come si fa con le cose che si amano ma a volte fanno troppo rumore, e mi sono buttata in territori che non conoscevo: software sconosciuti, interfacce ostili, tutorial lunghi quanto l’inverno. Un salto nel vuoto digitale – e sì, ogni tanto ho anche pensato: 'Chi me l’ha fatto fare?'.

È stato un viaggio lungo dodici mesi. Un bambino al mese. Un piccolo film per ognuno di loro. Dodici sguardi antichi che mi hanno parlato da un tempo lontano, mescolando storia e pelle d’oca.

Dentro ogni frame, c’era anche mio padre. Anche lui nato nel 1933, sempre con me, anche se non si vede. Un complice silenzioso, che forse mi ha suggerito la strada con un mezzo sorriso, o con una di quelle frasi lapidarie da padre tipo: 'Non perderti in dettagli inutili'.

Grazie a chi mi ha seguita, anche nel silenzio.
Ora che è finita, mi manca già.

Chissà se sarà un'altra scatola ad incantarmi, la prossima volta?

EN
One year, twelve children, countless sleepless nights (and tubs of vanilla ice cream).

When I found that box of glass slides from 1933, I had no idea what I was getting myself into.
I thought: “I’ll scan them, take a look, and then what?”

Then came the story — unearthed from a simple online search: the Gruaro Massacre, and a year, 1933, that tied it all together. That’s when everything started to take shape.

I put photography on pause, as one does with things they love but that sometimes make too much noise, and dove headfirst into unfamiliar territories: strange software, hostile interfaces, tutorials longer than winter.
A leap into the digital void — and yes, there were moments when I thought, “Why on earth am I doing this?”

It turned into a year-long journey.
One child per month.
A short film for each of them.
Twelve ancient gazes that spoke to me from a distant time, blending history and goosebumps.

Inside every frame, there was also my father.
He too was born in 1933, always beside me, even if unseen. A silent accomplice, perhaps guiding me with a half-smile — or one of those terse fatherly phrases like: “Don’t get lost in useless details.”

To those who followed me, even in silence — thank you.
Now that it’s over, I already miss it.

Who knows… maybe it will be another box that enchants me next time.
Assenze che restano. Memoria e metamorfosi nell’opera di Catia Mencacci

Attiva in campo artistico da poco meno di tre lustri, Catia Mencacci ha ormai raggiunto una posizione significativa nel visual storytelling nazionale, muovendosi sul confine tra fotografia e manipolazione digitale di materiale d’archivio. Impegnata nella creazione di opere «che non descrivono, ma evocano», l’artista rifiuta una narrazione frontale o puramente didascalica della realtà, privilegiando un recupero creativo del passato che unisce realismo e immaginazione.
Questa mostra è al tempo stesso una retrospettiva della sua produzione – dagli spazi liminali di S’i’ fossi sogno (2016) alle lastre evocatrici de I bambini del ’33 (2025) – e un viaggio che lo spettatore è chiamato a compiere autonomamente, seguendo sul filo della curiosità i ritorni e gli slittamenti del percorso artistico.
Al centro della ricerca di Mencacci si pone la persistenza della memoria, la stessa evocata da Dalí nel 1931 attraverso gli orologi liquefatti sotto un sole metafisico.
La memoria è, per l’artista, un patrimonio continuamente esposto al rischio di svanire, ma anche plasmabile e disponibile a essere ripercorso nel tempo. La verità, nell’accezione greca di a-letheia (“non-oblio”), viene così messa in discussione, come la luce sottile di una candela che vibra nel vento dei fatti umani. In questo spazio poroso, la Storia dialoga con storie minime e fragili: dai rëbra, dischi proibiti incisi clandestinamente sulle radiografie nella Russia sovietica, ai bambini del 1933, protagonisti innocenti di una tragedia che chiede ancora di essere ascoltata.
Da qui emerge una vera e propria poetica della soglia. L’opera di Mencacci si muove sul crinale tra sogno e realtà, dove il reale si allenta e la percezione scivola nell’ombra e nelle dissolvenze. In immagini in cui «tutto è transito, tutto è visione», chi guarda è chiamato a prendere posizione e a decidere quale lettura dare a una percezione inafferrabile. L’illusione diventa così, paradossalmente, uno strumento per svelare la verità e generare un non-oblio: dal recupero degli inganni fotografici delle Cottingley Fairies alla rilettura ironica dei personaggi di Pietro Longhi, attraverso cui le ipocrisie del Settecento veneziano diventano specchio di quelle contemporanee.
La materia di partenza è spesso fisica e legata al collezionismo – vecchie carte, lastre fotografiche, oggetti trovati nei mercatini – ma la sua metamorfosi avviene attraverso la commistione dei linguaggi. Il processo creativo si è ampliato dalla fotografia alla modellazione 3D, dai video alle sintografie generate tramite intelligenza artificiale. Non c’è tuttavia un automatismo freddo, ma l’«incontro fra un algoritmo e una sensibilità già formata».
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